Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che Kyiv è pronta a rispecchiare qualsiasi decisione russa di fermare gli attacchi contro le infrastrutture energetiche ucraine, aprendo la strada a una possibile de-escalation settoriale dopo mesi in cui entrambe le parti hanno utilizzato l’energia come principale leva di pressione economica.
Dopo due inverni consecutivi eccezionalmente duri per il sistema energetico ucraino e una campagna ucraina prolungata contro le infrastrutture di esportazione del petrolio russo nell’ultimo anno, sia Kyiv sia Mosca sembrano ora avere motivi finanziari più forti per considerare almeno una tregua limitata in questo settore.
“Se la Russia è pronta a fermare gli attacchi al nostro settore energetico, noi saremo pronti a rispondere allo stesso modo”, ha dichiarato Zelensky nel suo discorso del 6 aprile. Ha aggiunto che questa proposta è già stata trasmessa alla parte russa tramite gli americani, suggerendo che l’idea rientra ormai nel più ampio canale diplomatico che coinvolge Washington.
Il presidente ucraino ha collegato la questione direttamente al lavoro in corso su un quadro di pace più ampio, affermando che funzionari ucraini e statunitensi stanno ora “lavorando concretamente ai documenti” relativi a un possibile accordo per porre fine alla guerra della Russia contro l’Ucraina. Attenzione particolare pare sia data alle garanzie di sicurezza, che Zelensky ha definito la condizione centrale per una pace reale e duratura.
“Le garanzie di sicurezza sono la chiave per la fine reale della guerra, per una pace di lungo periodo e, in generale, per una situazione politico-giuridica in cui la guerra possa essere conclusa e le persone possano avere fiducia nel processo”, ha affermato.
La dichiarazione arriva sullo sfondo di un crescente scetticismo verso la diplomazia, che Zelensky ha riconosciuto apertamente. “Ora c’è molta sfiducia nella diplomazia – e non solo qui – riguardo alla guerra della Russia contro l’Ucraina”, ha detto, aggiungendo che l’esito dipende da tutti i partecipanti al processo diplomatico e che i contatti con la controparte statunitense avvengono quotidianamente a diversi livelli.
La proposta di sospendere gli attacchi alle infrastrutture energetiche riflette la crescente logica economica su entrambi i fronti. Per l’Ucraina, il costo dei ripetuti attacchi russi al sistema elettrico è stato enorme. Dopo la pubblicazione della quinta Rapid Damage and Needs Assessment (RDNA5), funzionari ucraini hanno dichiarato a febbraio che il fabbisogno totale di ricostruzione del paese ammonta ora a 588 miliardi di dollari, di cui 90,6 miliardi necessari per il ripristino e la modernizzazione del settore energetico nel prossimo decennio.
Le stime, elaborate congiuntamente dal governo ucraino, dalla Banca Mondiale, dalla Commissione europea e dalle Nazioni Unite, coprono i danni valutati fino alla fine di dicembre 2025 e non includono ancora le distruzioni di gennaio e febbraio 2026.
Secondo il governo ucraino, già nel 2026 saranno necessari 4,9 miliardi di dollari per il rapido ripristino del sistema energetico, mentre la stima decennale più ampia include 71 miliardi per la capacità di generazione, 6,4 miliardi per il riscaldamento, 5,2 miliardi per le infrastrutture di trasporto del gas e 4,6 miliardi per il settore petrolifero, inclusa la raffinazione.
Per la Russia, nel frattempo, il peso economico è sempre più legato alla crescente capacità ucraina di colpire in profondità la sua catena di esportazione petrolifera. Zelensky ha affermato che gli attacchi ucraini a lungo raggio stanno già riducendo le entrate di bilancio russe, in particolare quelle petrolifere, sulla base dei rapporti del comandante in capo Oleksandr Syrskyi e del capo di stato maggiore Andriy Hnatov.
Entro la fine di marzo 2026, almeno il 40% della capacità di esportazione di petrolio della Russia sarebbe stato messo fuori uso a causa di attacchi con droni ucraini, sequestri di petroliere e della sospensione dell’oleodotto Druzhba, secondo i dati citati da Zelensky.
Uno degli esempi più evidenti è arrivato da Primorsk, sul Mar Baltico, uno dei principali porti russi per l’export di petrolio, dove almeno il 40% delle strutture di stoccaggio sarebbe stato distrutto dopo attacchi di droni ucraini a marzo. Questi attacchi sono diventati una componente chiave della più ampia strategia di Kyiv volta a indebolire la capacità della Russia di finanziare la guerra.
La campagna di attacchi in profondità dell’Ucraina si è ulteriormente ampliata nella notte, quando droni hanno colpito infrastrutture petrolifere nei pressi di Novorossiysk, sulla costa russa del Mar Nero, prendendo di mira impianti collegati al Caspian Pipeline Consortium (CPC) e il vicino terminale di Sheskharis. Secondo funzionari russi, l’attacco ha danneggiato apparecchiature di pipeline in un punto di ormeggio e ha incendiato quattro serbatoi di petrolio, mentre Kyiv ha dichiarato di aver colpito il terminale di Sheskharis, un nodo chiave per l’export vicino alle installazioni del CPC. L’incidente è particolarmente significativo perché la rotta CPC gestisce circa l’1% dell’offerta globale di petrolio e circa l’80% delle esportazioni di greggio del Kazakistan, evidenziando come la strategia ucraina di pressione sulle entrate energetiche russe intersechi sempre più sensibilità regionali e globali dei mercati.
Zelensky ha anche indicato un’ulteriore complicazione per l’Ucraina: le entrate petrolifere russe hanno in parte beneficiato dell’instabilità più ampia in Medio Oriente, che ha contribuito a mantenere prezzi elevati e a creare margini per ulteriori guadagni.
Ha inoltre fatto riferimento alla licenza statunitense di 30 giorni emessa il 13 marzo che consente l’acquisto di petrolio russo e prodotti petroliferi bloccati in mare, una misura presentata da Washington come un passo per stabilizzare i mercati energetici globali.
In questo contesto, la logica di una sospensione reciproca degli attacchi energetici diventa sempre più pragmatica. Per Kyiv, ridurre la pressione su un sistema energetico che è diventato uno dei principali bersagli della Russia potrebbe contribuire a contenere costi di ricostruzione in continuo aumento. Per Mosca, proteggere terminali petroliferi, hub di esportazione e infrastrutture di trasporto da ripetuti attacchi ucraini a lungo raggio potrebbe aiutare a preservare una delle più importanti fonti di entrate del Cremlino durante la guerra.
Le infrastrutture energetiche potrebbero quindi emergere come uno dei pochi ambiti in cui un meccanismo di cessate il fuoco limitato è economicamente razionale per entrambe le parti, anche mentre la sfiducia diplomatica complessiva rimane elevata.
Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.
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